
Ultimamente, in ordine sparso, ho letto tre libri, molto diversi fra loro ma legati dal fil rouge della fine del mondo e, in ultima analisi, della vera natura umana e del destino che si sta (de)costruendo.
Cormac McCarthy , La strada, Einaudi
Un uomo e un bambino viaggiano lungo una strada che dovrebbe portarli ad un non meglio precisato sud in un paesaggio post americano e post umano. Alcuni anni prima il mondo è stato distrutto da un'apocalisse innominata e innominabile che ne ha stravolto la vita praticamente cancellandola o coprendola di scorie e di cenere ed trasformando il modo conosciuto e quasi a stento ricordato in un luogo buio, freddo, senza vita, abitato da bande di disperati e predoni. Non c'è storia e non c'è futuro. Comincia a non esserci quasi più la memoria, il padre scava nei propri ricordi ormai sfigurati dalla catastrofe e privi perfino della necessità di venir raccontati, tanto la realtà ha mutato senso. I ricordi del bimbo appartengono già a questo “non tempo”. Il dopo non può più esistere. L’oceano che cercano di raggiungere non è diverso dal mare di desolazione entro il quali si muovono. La lotta per la sopraffazione reciproca è l’unico segno vitale. Entrambi sono profondamente consapevoli che il loro viaggio è al termine.
In tutta questa devastazione spicca il rapporto tra padre e figlio che è struggente, i dialoghi essenziali e profondissimi: unica traccia del ricordo dell’amore, dell’affetto di un rapporto umano. L’unica traccia tuttavia, senza speranza, senza un terreno fisico o interiore in cui far nascere qualcosa.
Davvero la sensazione che, nonostante l’amore, anche lo spazio per la speranza finisca.
Alan Weisman, Il mondo senza di noi, Einaudi.
Poniamo che, di colpo, l’umanità sparisca. Come reagirebbe il resto della natura senza averci intorno? “Quanto ci metterebbe la natura a recuperare il terreno perduto? A disfare le nostre città, i gli oggetti creati, i rifiuti tossici? Riuscirebbe a cancellare le nostre tracce? E noi, con la nostra arte e le nostre creazioni, lasceremmo una segno tangibile e duraturo nel mondo senza di noi?”
Weisman traccia degli scenari (in base a dati disponibili, a come il mondo è adesso) e ipotizza il futuro o i futuri possibili di un pianeta senza gli esseri umani. La natura riuscirebbe a ricostituirsi, rigenerarsi ed evolvere o il nostro impatto sulla Terra ha già prodotto danni irreparabili? Siamo così necessari? Siamo così indimenticabili?
Arturo Pérez-Reverte, Il pittore di battaglie, Tropea
Un ex fotografo di guerra, Faulques, ritiratosi in solitudine dopo aver perso la compagna anch’essa fotografa durante il conflitto nell’ex Jugoslavia ritrae le brutture di ogni guerra sulle pareti di un’antica torre di guardia. Mentre dipinge ossessivamente la sua disperata testimonianza, attingendo ai ricordi personali e a secoli di storia dell’arte, lo raggiunge un ex soldato croato che vuole ucciderlo perché una foto che gli ha scattato per caso ha provocato lo sterminio della sua famiglia.
Fra i due si svolge un lungo ed intenso dialogo sulle ragioni della guerra, della crudeltà umana e della logica: “Gli unici due sistemi possibili per osservare il mondo: la logica e la guerra”.
Il ritratto dell’umanità che ne segue è desolato e desolante, dominato dalla figura potente edisincantata e dal ricordo della fotografa morta il cui nome Olvido (Oblio) sembra essere il solo possibile per il destino del mondo.
Da essere umano e da fotografa, con rammarico, condivido molti dei pensieri che vengono attribuiti alla stessa Olvido “La fotografia come arte è un terreno pericoloso”, - chi fotografa pensa di rivelare la verità, invece è sempre un’interpretazione. E nonostante sembri le foto di guerra vogliano dimostrare l’orrore, invece :“La guerra è fatta da persone normali che fanno cose normali, è la vita spinta ai suoi più drammatici estremi. (…) Siamo malvagi e non possiamo evitarlo.” Nemmeno il libero arbitrio salva.
Secondo l’autore la cultura comunque può essere un conforto soltanto per pochi perché, sta dilagando un analfabetismo di ritorno, prevale la cultura dell’eufemismo, della negazione della pura apparenza. “Il mondo non ha mai saputo tanto di sé come oggi, però non gli serve a niente.”
Cormac McCarthy , La strada, Einaudi
Un uomo e un bambino viaggiano lungo una strada che dovrebbe portarli ad un non meglio precisato sud in un paesaggio post americano e post umano. Alcuni anni prima il mondo è stato distrutto da un'apocalisse innominata e innominabile che ne ha stravolto la vita praticamente cancellandola o coprendola di scorie e di cenere ed trasformando il modo conosciuto e quasi a stento ricordato in un luogo buio, freddo, senza vita, abitato da bande di disperati e predoni. Non c'è storia e non c'è futuro. Comincia a non esserci quasi più la memoria, il padre scava nei propri ricordi ormai sfigurati dalla catastrofe e privi perfino della necessità di venir raccontati, tanto la realtà ha mutato senso. I ricordi del bimbo appartengono già a questo “non tempo”. Il dopo non può più esistere. L’oceano che cercano di raggiungere non è diverso dal mare di desolazione entro il quali si muovono. La lotta per la sopraffazione reciproca è l’unico segno vitale. Entrambi sono profondamente consapevoli che il loro viaggio è al termine.
In tutta questa devastazione spicca il rapporto tra padre e figlio che è struggente, i dialoghi essenziali e profondissimi: unica traccia del ricordo dell’amore, dell’affetto di un rapporto umano. L’unica traccia tuttavia, senza speranza, senza un terreno fisico o interiore in cui far nascere qualcosa.
Davvero la sensazione che, nonostante l’amore, anche lo spazio per la speranza finisca.
Alan Weisman, Il mondo senza di noi, Einaudi.
Poniamo che, di colpo, l’umanità sparisca. Come reagirebbe il resto della natura senza averci intorno? “Quanto ci metterebbe la natura a recuperare il terreno perduto? A disfare le nostre città, i gli oggetti creati, i rifiuti tossici? Riuscirebbe a cancellare le nostre tracce? E noi, con la nostra arte e le nostre creazioni, lasceremmo una segno tangibile e duraturo nel mondo senza di noi?”
Weisman traccia degli scenari (in base a dati disponibili, a come il mondo è adesso) e ipotizza il futuro o i futuri possibili di un pianeta senza gli esseri umani. La natura riuscirebbe a ricostituirsi, rigenerarsi ed evolvere o il nostro impatto sulla Terra ha già prodotto danni irreparabili? Siamo così necessari? Siamo così indimenticabili?
Arturo Pérez-Reverte, Il pittore di battaglie, Tropea
Un ex fotografo di guerra, Faulques, ritiratosi in solitudine dopo aver perso la compagna anch’essa fotografa durante il conflitto nell’ex Jugoslavia ritrae le brutture di ogni guerra sulle pareti di un’antica torre di guardia. Mentre dipinge ossessivamente la sua disperata testimonianza, attingendo ai ricordi personali e a secoli di storia dell’arte, lo raggiunge un ex soldato croato che vuole ucciderlo perché una foto che gli ha scattato per caso ha provocato lo sterminio della sua famiglia.
Fra i due si svolge un lungo ed intenso dialogo sulle ragioni della guerra, della crudeltà umana e della logica: “Gli unici due sistemi possibili per osservare il mondo: la logica e la guerra”.
Il ritratto dell’umanità che ne segue è desolato e desolante, dominato dalla figura potente edisincantata e dal ricordo della fotografa morta il cui nome Olvido (Oblio) sembra essere il solo possibile per il destino del mondo.
Da essere umano e da fotografa, con rammarico, condivido molti dei pensieri che vengono attribuiti alla stessa Olvido “La fotografia come arte è un terreno pericoloso”, - chi fotografa pensa di rivelare la verità, invece è sempre un’interpretazione. E nonostante sembri le foto di guerra vogliano dimostrare l’orrore, invece :“La guerra è fatta da persone normali che fanno cose normali, è la vita spinta ai suoi più drammatici estremi. (…) Siamo malvagi e non possiamo evitarlo.” Nemmeno il libero arbitrio salva.
Secondo l’autore la cultura comunque può essere un conforto soltanto per pochi perché, sta dilagando un analfabetismo di ritorno, prevale la cultura dell’eufemismo, della negazione della pura apparenza. “Il mondo non ha mai saputo tanto di sé come oggi, però non gli serve a niente.”
Mio marito spesso mi dice che il mio nichilismo, a volte velato, a volte meno, lo spaventa tantissimo.
Io sono spaventata dal fatto che, in me, la speranza di cambiare stia combattendo vanamente contro la rassegnazione. La sensazione di ballare sul ponte del Titanic è sempre più forte. Speriamo che, intanto che si affonda, ci sia qualcosa di interessante da leggere.
Io sono spaventata dal fatto che, in me, la speranza di cambiare stia combattendo vanamente contro la rassegnazione. La sensazione di ballare sul ponte del Titanic è sempre più forte. Speriamo che, intanto che si affonda, ci sia qualcosa di interessante da leggere.

1 commenti:
Grazie per le brevi recensioni, trovo molto interessante questo argomento letterario. Meritevole senz'altro di approfondimenti e riflessioni, ciao!
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